Tre discorsi alle Società Mediche

Di Bill W., co-fondatore di Alcolisti Anonimi

Alcolisti Anonimi Inizi e crescita

Presentato alla New York City Medical Society on Alcoholism 28 aprile 1958

  

Quattordici anni fa ebbi l'occasione di leggere un documento durante la riunione annuale della Medical Society dello Stato di New York.  Per noi, Alcolisti Anonimi, quello fu un evento storico: era la prima volta che una delle più grandi organizzazioni mediche americane prendeva una posizione favorevole nei confronti della nostra associazione. I medici presenti quel giorno fecero molto più che prestarci la loro attenzione; essi ci ricevettero a braccia aperte e permisero che la nostra relazione su A.A. fosse pubblicata sulla loro rivista. Da allora, le ristampe di quel documento, decine di migliaia di copie, sono state diffuse in tutto il mondo, convincendo i medici di ogni luogo della validità di A.A.. Dio solo sa cosa ha significato questo generoso atto di sensibilizzazione per innumerevoli alcolisti e per le loro famiglie.

Siamo molto grati che i membri della New York City Medical Society on Alcoholism ci abbiano nuovamente invitato qui, stasera; è con un senso di eterna gratitudine che vi porto i saluti da parte di quei 250.000 alcolisti recuperati che oggi formano la nostra associazione, in oltre 7.000 gruppi, negli Stati Uniti e altrove.

Forse il sistema migliore per capire i metodi e i risultati di A.A. è quello di dare uno sguardo ai suoi inizi, al periodo in cui la medicina e la religione cominciavano con noi una proficua collaborazione. Collaborazione che è alla base del nostro successo.

Certamente nessuno ha inventato Alcolisti Anonimi. A.A. è una sintesi di princìpi e atteggiamenti che ci giunsero dalla medicina e dalla religione. Noi alcolisti abbiamo semplicemente dato forma a quelle energie, adattandole alle nostre speciali esigenze, in una associazione dove possono funzionare con efficacia. Il nostro contributo si è limitato alla creazione dell'anello mancante di una catena di recupero, che oggigiorno è così significativa e promettente per il futuro.

Poche persone sanno che le prime basi di A.A. ebbero origine, una trentina di anni fa, nello studio di un medico. Il dott. Carl Jung, il grande pioniere della psichiatria, stava parlando con un suo paziente alcolista. Ecco in sostanza cosa era accaduto.

Il paziente, un importante uomo d'affari americano, aveva percorso la tipica strada dell'alcolismo. Negli Stati Uniti aveva esaurito tutte le possibilità che la medicina e la psichiatria potevano offrirgli e quindi si era rivolto al dott. Jung come ultima speranza. Cari Jung lo curò per un anno e il paziente, che noi chiameremo Mister R., era sicuro che le cause nascoste della sua compulsione al bere fossero state scoperte e rimosse. Nonostante ciò, dopo aver lasciato le cure del dott. Jung, in breve tempo, si ritrovò di nuovo intossicato.

Ritornò dal dott. Jung in uno stato di profonda disperazione, chiedendogli come stessero realmente le cose. Questa, in sintesi, fu la risposta del medico: "Per un po' di tempo, dopo la sospensione delle cure, ho continuato a credere che lei potesse essere uno di quei rari casi per i quali è possibile il recupero. Ma ora devo dire francamente che non ho mai visto verificarsi un recupero attraverso la psichiatria, quando la nevrosi, come nel suo caso, è così seria. La medicina ha fatto tutto ciò che poteva per il tipo di patologia da cui lei è affetto".

Mister R. si sentì ancora più disperato e chiese: "Non esistono eccezioni? Non c'è davvero niente altro che si possa tentare?".

"In verità", replicò il dottore, "esistono alcune eccezioni, ma sono davvero poche. Di tanto in tanto si è saputo di alcolisti che hanno avuto quelle che vengono definite esperienze spirituali. Queste appaiono come forti tempeste emotive seguite da una ristrutturazione della personalità. Le idee, le emozioni e gli atteggiamenti, che una volta erano le pulsioni che guidavano queste persone, vengono improvvisamente messe da parte e sostituite da una serie completamente nuova di concezioni e di motivazioni. In effetti, ho cercato di produrre anche in lei questo tipo di transfert. I metodi che impiego hanno avuto successo con molti tipi di nevrosi, ma ho sempre fallito con gli alcolisti come lei".

"Ma io sono un uomo religioso", protestò il paziente, "e ho ancora la fede". Il dott. Jung replicò: "La semplice fede religiosa non è sufficiente. Quella di cui parlo è un'esperienza trasformante, vale a dire un'esperienza di conversione. Posso soltanto suggerirle di porsi in una atmosfera religiosa a lei congeniale, di riconoscere l'irreparabilità della sua situazione e di rimettersi nelle mani di un qualsiasi Dio lei possa concepire. L'illuminazione di una simile esperienza spirituale potrebbe quindi colpirla. Deve assolutamente provare questo tipo di esperienza, è l'unica via di uscita." Così parlò un grande e umile medico.

Per la futura A.A. questa fu una grande rivelazione. La scienza aveva ritenuto Mister R. praticamente senza alcuna speranza. Le parole del dott. Jung, tuttavia, lo avevano colpito profondamente, provocando una sostanziale riduzione del suo Ego. II totale ridimensionamento dell'io è oggi un principio fondamentale di A.A.. Là, nello studio del dott. Jung, esso venne impiegato per la prima volta a nostro vantaggio.

 

Il paziente, Mister R., scelse l'Oxford Group di allora come sua associazione e "atmosfera religiosa". Terribilmente frustrato e quasi senza speranza, cominciò a essere attivo nel gruppo e con sua grande gioia e stupore, l'ossessione dei bere lo lasciò quasi immediatamente.

Tornato in America, Mister R. incontrò per caso un mio vecchio compagno di scuola, alcolista cronico. Questo amico, che chiameremo Ebby, stava per essere rinchiuso in un ospedale psichiatrico. A questo punto, alla filosofia di base di A.A. venne aggiunto un altro elemento importante: Mister R., alcolista, cominciò a parlare con Ebby, anch'egli alcolista e anch'egli sofferente. Ciò rese possibile un'identificazione profonda: secondo principio fondamentale di A.A.. Sul ponte creato da questo tipo di identificazione, Mister R. fece passare il verdetto del dott. Jung su quanto sia la medicina che la psichiatria fossero impotenti nei confronti della maggioranza degli alcolisti. Egli introdusse poi Ebby nell'Oxford Group, dove il mio amico riacquistò subito la sobrietà.

Ebby conosceva bene la mia situazione: anch'io avevo preso la strada dell'alcolismo. Nell'estate del 1934 il mio medico, il dott. William Silkworth, mi aveva dato per spacciato e mi riteneva un caso senza alcuna speranza.

Egli non poté fare a meno di dirmi che ero vittima di una compulsione nevrotica che mi spingeva a bere, e che nessuna forza di volontà, nessuna educazione o cura poteva arrestarla. Aggiunse anche che ero vittima di un disturbo fisico che poteva essere di natura allergica; ovvero una disfunzione dell'organismo che in pratica provocava lesioni al cervello, pazzia, morte. Anche in questo caso il dio della Scienza, che a quell'epoca era il mio unico dio, mi aveva dato una bella lezione. Ero quindi pronto per il messaggio che di lì a poco sarebbe arrivato dal mio amico alcolista Ebby.

Egli venne a casa mia nel novembre dello stesso anno e si sedette dall'altra parte del tavolo della cucina, di fronte a me, mentre io stavo bevendo. Gli offrii da bere ma cortesemente rifiutò. Rimasi molto sorpreso e gli chiesi cosa gli fosse successo. Guardandomi negli occhi, rispose di essersi "convertito alla religione". Era davvero un colpo basso, un affronto alla mia educazione scientifica. Nel modo più gentile possibile gli chiesi che tipo di religione professasse.

Mi raccontò allora delle sue conversazioni con Mister R. e di quanto l'alcolismo fosse un problema insolubile, secondo il dott. Carl Jung. Aggiunta al verdetto del dott. Silkworth, questa era la peggiore delle notizie e ne rimasi profondamente colpito. Ebby elencò i princìpi che aveva imparato all'Oxford Group e, anche se pensava che quelle brave persone talvolta fossero troppo aggressive, lui certamente non riusciva a trovare nessun difetto nella maggior parte dei loro insegnamenti di base. Dopo tutto, quegli insegnamenti lo avevano reso sobrio.

In sintesi, eccoli qui elencati, così come il mio amico li mise in pratica su se stesso nel 1934:

 

1) Ebby ammise di essere incapace di governare la sua vita.

2) Divenne onesto con se stesso come mai prima; fece un "esame di coscienza".

3) Fece una rigorosa confessione dei suoi difetti personali e quindi smise dì vivere da solo con i suoi problemi.

4) Prese in esame il suo modo sbagliato di rapportarsi con le altre persone e le andò a visitare per fare ogni tipo di ammenda possibile.

5) Prese la decisione di dedicarsi ad aiutare gli altri, senza aspettarsi né prestigio personale, né guadagno materiale.

6) Con la meditazione, cercò la guida di Dio per la sua vita e il Suo aiuto per mettere in pratica questi princìpi in ogni momento.

 

A me tutto ciò sembrava alquanto ingenuo. Ebby comunque continuò a raccontare quanto gli era accaduto. Narrò come, mettendo in pratica questi semplici precetti, il suo bere si fosse fermato; la paura e l'isolamento fossero spariti e avesse provato una notevole pace della mente. Senza che egli avesse bisogno di una forte autodisciplina o di una grande fermezza, questi cambiamenti avevano cominciato a manifestarsi nel momento stesso in cui si era attenuto a quei precetti, e la sua liberazione dall'alcol sembrava esserne il risultato. Anche se era sobrio da pochi mesi, Ebby era convinto di avere trovato la risposta giusta. Evitando saggiamente di discutere, il mio amico mi salutò e se ne andò. La scintilla che sarebbe diventata Alcolisti Anonimi era stata accesa. Un alcolista aveva parlato con un altro alcolista, identificandosi profondamente con me e mettendomi a portata di mano i princìpi del recupero.

All'inizio il racconto del mio amico creò in me una ridda di emozioni; mi sentivo attratto da esso ma al tempo stesso ne rifuggivo.

II mio bere solitario continuò per alcune settimane, ma non riuscivo a dimenticare la visita di Ebby. Parecchi argomenti si rincorrevano nella mia mente: primo, che l'evidente stato di liberazione che si vedeva in Ebby era stranamente e immensamente convincente; secondo, che medici esperti lo avevano dichiarato senza speranza; terzo, che questi antichi precetti, quando lui me li aveva trasmessi, mi avevano colpito con grande forza; quarto, che non potevo, e non volevo, occuparmi di nessun concetto di Dio: per me non ci sarebbe stata nessuna sciocca conversione. Provando spesso a deviare i miei pensieri, scoprii che tornavano sempre a ruotare intorno agli stessi argomenti: con le corde della comprensione, della sofferenza e della pura verità, un altro alcolista mi aveva legato a sé. Non avrei potuto sfuggire.

Una mattina, dopo avere preso il mio gin, mi ritrovai a considerare alcuni fatti. "Chi sei tu", mi chiesi, "per scegliere il modo in cui vorrai stare meglio? Chi mendica non può scegliere. Supponi che i medici abbiano detto che il tuo problema si chiama cancro, certamente non lo cureresti con creme varie: imploreresti immediatamente un medico di uccidere quelle cellule infernali. Se non riuscisse a fermarle e tu pensassi che invece una conversione religiosa potrebbe ottenere il risultato agognato, il tuo orgoglio svanirebbe di colpo. Se ce ne fosse bisogno, andresti su una pubblica piazza a gridare "Amen" insieme alle altre vittime del male. Che differenza c'è allora", mi dissi, "fra te e una vittima del cancro? II suo corpo malato si distrugge; allo stesso modo, si distrugge la tua personalità; la tua ossessione ti consegna alla pazzia o al becchino. Vuoi provare o no la formula del tuo amico?".

La provai: nel dicembre del 1934 entrai al Towns Hospital di New York. Il mio vecchio amico, il dott. William Silkworth, scosse il capo. Appena libero dai sedativi e dall'alcol, mi sentii terribilmente depresso. Ebby venne a farmi visita; nonostante fossi contento di vederlo, la paura di eventuali prediche mi rendeva alquanto diffidente, ma non accadde niente del genere. Dopo aver conversato un po', gli chiesi nuovamente della sua piccola, semplice formula per il recupero. Con tranquillità ed equilibrio, senza la minima pressione, me la espose e subito dopo se ne andò.

In preda a terribili conflitti, caddi nella più nera delle depressioni e da un momento all'altro la mia orgogliosa ostinazione venne spazzata via. Gridai: "Sono pronto a fare qualunque cosa, qualunque cosa pur di ricevere quello che ha il mio amico Ebby". Anche se in realtà non mi aspettavo niente, formulai questa supplica delirante: "Se esiste un Dio, che si manifesti!". Il risultato fu istantaneo, folgorante, al di là di ogni descrizione. Il luogo parve illuminarsi di una luce accecante; venni pervaso dall'estasi e mi sembrò di essere su una montagna dove soffiava un forte vento che mi avvolgeva e mi attraversava e la sensazione era che non fosse semplice aria, ma spirito. E la mia mente fu illuminata da un pensiero rivelatore: "Tu sei un uomo libero!". L'estasi si placò. Ancora sul letto, mi sentivo ora in un mondo nuovo di consapevolezza, pervaso da una Presenza e una grande pace s'impossessò di me, mentre mi sentivo un tutt'uno con l'universo. Pensai: "Così questo è il Dio dei predicatori, questa è la Grande Realtà". Presto però la mia cosiddetta ragione ritornò, la mia educazione moderna prese il sopravvento. Pensai di essere pazzo e provai una terribile paura.

Il dott. Silkworth, un medico eccezionale, venne nella mia stanza per ascoltare il mio fremente racconto di quel fenomeno. Dopo avermi fatto alcune accurate domande, mi assicurò che non ero diventato matto, ma che forse ero passato attraverso un'esperienza psichica che poteva risolvere il mio problema. Sebbene all'epoca egli fosse uno scettico uomo di scienza, questa sua spiegazione fu cortese e astuta. Se mi avesse detto che quelle erano delle "allucinazioni", a quest'ora sarei già morto. Avrò un'eterna gratitudine nei suoi confronti.

 

Continuai ad avere fortuna: Ebby mi portò un libro intitolato "Varietà dell'esperienza religiosa". Lo divorai. Scritto dallo psicologo William James, il libro suggerisce che l'esperienza della conversione può avere un riscontro oggettivo. La conversione modifica le motivazioni e permette quasi automaticamente a una persona di essere e di agire come prima le appariva impossibile. È significativo il fatto che importanti esperienze di conversione giungano specialmente a persone che subiscono una completa sconfitta in un settore importante della loro esistenza. II libro ne indicava una varietà. Ma, nonostante queste esperienze fossero luminose o confuse, immediate o graduali, teologiche o intellettuali, le conversioni avevano un denominatore comune: avevano cambiato completamente le persone sconfitte. Così dichiarava William James, il padre della moderna psicologia: la scarpa calzava bene, e io da allora ho sempre cercato di portarla.

Per gli alcolizzati la risposta ovvia era un profondo ridimensionamento dell'io, e anche qualcosa di più. Era chiaro come il sole. La mia formazione era scientifica, perciò le opinioni di un così autorevole psicologo, un "tecnico", per me significarono tutto. Questo eminente scienziato della mente aveva confermato tutto ciò che il dott. Jung aveva detto e ampiamente documentato. In questo modo William James consolidava la base sulla quale io e molti altri siamo vissuti in tutti questi anni, lo non prendo una goccia di alcol dal 1934.

 

Sostenuto ora da una convinzione assoluta, consolidata dalla mia forza di volontà, mi dedicai anima e corpo alla cura degli alcolisti: erano queste due forze a spingermi. Le difficoltà non avevano alcuna importanza. lo stesso non avevo idea di quanto fosse grande il mio progetto. Per sei mesi mi diedi da fare senza sosta e la mia casa si riempì di alcolisti. Tuttavia, i discorsi che feci a decine di loro non diedero il benché minimo risultato (notai con delusione che Ebby, malato più di quanto pensassi, era poco interessato agli altri alcolisti; questo fatto può avere procurato più tardi la sua ricaduta, anche se poi riuscì a recuperarsi). Avevo però scoperto che il lavoro con altri alcolisti aveva un peso enorme per la mia sobrietà. Nonostante questo, nessuno dei miei potenziali compagni stava diventando sobrio. Come mai?

Piano, piano vennero alla luce i difetti del mio modo di agire. Come per una specie di fanatismo religioso, ero ossessionato dall'idea che ognuno dovesse avere un"'esperienza spirituale" come la mia. Avevo dimenticato le affermazioni di James secondo le quali esistono molte varietà di esperienze attraverso le quali si può cambiare. I miei fratelli alcolisti mi guardavano increduli o ridevano di me quando parlavo della mia "illuminazione". Naturalmente questo danneggiava il processo di identificazione che era necessario avviare con loro. Ero diventato un predicatore. Chiaramente l'approccio doveva essere modificato: ciò che a me era capitato in sei minuti, con altri poteva richiedere sei mesi. Dovevo imparare che ogni parola ha un peso, e che ci voleva un po' di prudenza.

In questo frangente - era la primavera del 1935 - il dott. Silkworth mi fece notare che avevo dimenticato tutto, circa il ridimensionamento del mio lo: ero diventato semplicemente un predicatore. Mi disse: "Perché non fornisci a queste persone le semplici informazioni di natura chimica, prima di fare qualsiasi altra cosa? Hai dimenticato quello che ha detto William James sullo sgonfiamento dell'Io? Parlagli della salute, senza mezzi termini e lascia perdere il resoconto della tua "illuminazione". Elenca tutti quelli che erano i tuoi sintomi, in modo da ottenere una profonda identificazione. Se farai così, coloro ai quali ti rivolgerai potrebbero rendersi disponibili ad adottare i precetti morali che cerchi di insegnare". Questo fu un contributo di massima importanza per la filosofia di A.A.. Una volta ancora era stata opera di un medico.

Una parola venne subito modificata: non più "peccato" ma malattia, la fatale malattia dell'alcolismo. Citammo parecchi medici che avevano detto che l'alcolismo era spesso più letale del cancro; che consisteva in un'ossessione della mente insieme a una crescente vulnerabilità del corpo: la Pazzia e la morte erano per noi due mostri gemelli. Ci ispirammo fondamentalmente alle parole del dott. Jung su quanto una situazione del genere fosse disperata; riferimmo poi questa devastante verità ad ogni alcolizzato che incontravamo.

Per l'uomo moderno la scienza è onnipotente, praticamente una divinità, perciò, se la scienza pronunciava una sentenza di morte per l'alcolizzato e noi diffondevamo quel terribile verdetto con i nostri mezzi di comunicazione - una vittima che parla a un'altra -, ciò avrebbe potuto allarmare profondamente l'ascoltatore, e all'alcolista non sarebbe restata altra risorsa che rivolgersi a Dio. Qualsiasi verità ci fosse in questo stratagemma, esso aveva certamente dei risvolti concreti. Il nostro atteggiamento cambiò radicalmente e le cose cominciarono a migliorare.

Pochi mesi dopo, feci la conoscenza del dott. Robert S., un chirurgo di Akron. Era un alcolista gravemente malato. Questa volta non ci fu nessuna predicazione da parte mia: gli raccontai la mia esperienza e quello che sapevo sull'alcolismo. Poiché ci capivamo e avevamo bisogno uno dell'altro, si ebbe per la prima volta un'autentica mutualità che segnò la fine del mio atteggiamento di predicatore. Questa idea del bisogno reciproco fornì l'elemento finale all'interrelazione tra medicina, religione ed esperienza dell'alcolista: quella che oggi è la "sintesi" di Alcolisti Anonimi.

 

Il "Dr. Bob", un caso molto grave, divenne sobrio quasi subito e non assunse mai più alcol fino alla sua morte, nel 1950. Lui ed io cominciammo subito a lavorare su alcuni alcolisti degenti nell'Ospedale Civile di Akron. Quasi subito ottenemmo un recupero, seguito da un altro. Il primo gruppo A.A. era stato formato e aveva ottenuto dei risultati. Nell'autunno dello stesso anno ritornai a New York, stavolta forte di tutti gli strumenti appresi per il recupero. In quella città si aprì presto un altro gruppo A.A..

Nonostante ciò, il progredire dei gruppi di Akron e di New York fu dolorosamente lento nei due anni successivi. Furono fatti tentativi con centinaia di casi, ma solo pochi di essi risposero positivamente. Comunque, alla fine del 1937 erano diventati sobri quaranta alcolisti; cominciammo a essere più sicuri di noi stessi. Ci rendemmo conto di avere una formula che, trasmessa come una catena da un alcolista all'altro, poteva alla fine ottenere un gran numero di recuperi. Ci ponemmo quindi la domanda: "Come può essere diffusa la nostra buona novella ai milioni di alcolisti americani e di tutto il mondo?". Una risposta ovvia sembrò quella di creare una letteratura che descrivesse minuziosamente i nostri metodi. Un'altra necessità era quella di una vasta sensibilizzazione del pubblico, dalla quale potevamo aspettarci l'incontro con un gran numero di casi di alcolismo.

Nella primavera del 1939, l'Associazione pubblicò un libro, che venne chiamato "Alcolisti Anonimi", nel quale venivano accuratamente descritti i nostri metodi. AI fine di una maggiore chiarezza e serietà, il programma, che l'amico Ebby mi aveva esposto a voce, venne ampliato diventando quello che ora chiamiamo "Dodici Passi suggeriti per il recupero" di A.A. (vedi pag. 4); questi costituirono la spina dorsale del nostro libro. Per provare la validità dei metodi di A.A., il testo riportava 28 storie personali. Ci auguravamo che queste avrebbero potuto consentire l'identificazione per i lettori e di certo ci sono riuscite.

A seguito della separazione dall'Oxford Group, la nostra associazione adottò il nome del libro e si chiamò: "Alcolisti Anonimi". La pubblicazione di quel volume segnò una svolta storica; nei venti anni trascorsi da allora, questo testo base ha raggiunto la diffusione di quasi 400.000 copie ( Nel 1994 la diffusione ha superato i 13 milioni ).

Innumerevoli alcolisti sono diventati sobri semplicemente attraverso la lettura di questo libro e la messa in pratica dei princìpi in esso contenuti.

Un'altra nostra necessità era farci conoscere, e stava per essere soddisfatta. Nel 1939 Fulton Oursler, famoso editore e scrittore, pubblicò un articolo su di noi nella rivista Liberty. L'anno seguente, John D. Rockefeller Jr. offrì una cena agli A.A., avvenimento che fu ampiamente riportato sui giornali. Nel 1941 il Saturday Evening Post pubblicò un articolo che attrasse migliaia di nuove persone.

Aumentando di numero, aumentavamo anche nell'efficacia: la percentuale dei recuperi divenne maggiore. Di tutti coloro che sperimentavano seriamente A.A., un'alta percentuale si recuperava immediatamente; altri ci riuscivano dopo un certo periodo; altri ancora, continuando a stare con noi, ottenevano una vera crescita spirituale. Da allora la percentuale di recupero si è mantenuta ad alti livelli, anche con coloro che all'inizio scrissero le loro storie per l'edizione originale di "Alcolisti Anonimi". Infatti il 75% di essi continuò a rimanere sobrio, mentre soltanto il 25% morì per alcolismo o finì negli ospedali psichiatrici. Gran parte di coloro che sono ancora in vita sono sobri, in media, da vent'anni.

Nei primi tempi, e anche dopo, avevamo scoperto che un grande numero di alcolisti prima ci cercava e poi ci voltava le spalle; oggi sono forse tre su cinque, ma abbiamo felicemente imparato che molti di loro tornano, a meno che non si tratti di malati mentali. Una volta appreso, dalle labbra degli altri alcolisti, di essere affetti da una malattia spesso letale, il continuare a bere non fa che tormentarli. Alla fine sono costretti a ritornare in A.A., devono tornare oppure muoiono: talvolta questo accade anni dopo il primo contatto. La percentuale dei recuperi in A.A. è perciò molto più alta di quanto pensavamo all'inizio.

Negli anni recenti si è registrato un altro progresso che è stato fonte di grande conforto. All'inizio ci occupavamo soltanto di casi disperati, non si poteva fare niente fino a quando l'alcol non avesse quasi fatto naufragare la sua vittima. Oggi invece non sempre dobbiamo aspettare che questi sofferenti precipitino nel baratro: ora possiamo aiutare gli alcolisti a capire dove stanno andando, prima che "arrivino a toccare il fondo"; di conseguenza, metà della attuale A.A. è composta da casi meno gravi. Spesso la famiglia, il lavoro e la salute rimangono relativamente indenni. Si rivolgono a noi anche casi potenziali, persone cioè che hanno sofferto soltanto un po'. Qui e anche all'estero la nostra associazione sta compiendo notevoli progressi nel superare le barriere di razza, di credo e di ceto sociale.

Tuttavia dobbiamo umilmente ammettere che Alcolisti Anonimi sinora ha soltanto scalfito l'intero problema dell'alcolismo. Qui negli Stati Uniti abbiamo aiutato a diventare sobri appena il cinque per cento dell'intera popolazione di alcolisti, stimata in 4 milioni e 500 mila persone.

Le ragioni sono queste: noi non possiamo occuparci degli alcolisti che sono psicotici o che hanno qualche danno al cervello; a molti alcolisti non piacciono i nostri metodi e cercano quindi una strada più semplice o differente; milioni di essi si aggrappano alla convinzione che i loro problemi sono dovuti interamente alla loro situazione personale e che perciò la colpa è di qualcun altro. Fare in modo che l'alcolista, o l'alcolista potenziale, ammetta di essere vittima di una malattia, molte volte progressiva e fatale, è spesso molto difficile. Questo è il grande problema che tutti noi dobbiamo ancora affrontare, che si tratti di medici, di sacerdoti, di famiglie o di amici. Esistono comunque molti motivi per sperare. Uno di questi consiste in quello che voi medici state già facendo e che ancora potete fare. Qualcuno di voi si starà chiedendo: "Come possiamo dare un aiuto efficace?".

In questo caso noi di A.A. non suggeriamo niente dogmaticamente, ma riteniamo di poter for-nire qualche consiglio. Prendiamo il medico di famiglia. Fino a pochi anni fa un alcolizzato era soprattutto un fastidio. Il medico e l'ospedale potevano rimetterlo in sesto dopo la sbornia; un po' di aiuto poteva giungergli dalla famiglia, ma ben poco d'altro si poteva fare per lui.

Oggi la situazione è differente dato che quasi ogni città e piccolo paese di questa nazione dispone di un gruppo A.A.. A questo punto il medico di famiglia può avere una parte molto importante poiché in genere è la persona che viene consultata quando comincia a delinearsi un grave problema. Dopo avere riportato alla sobrietà l'alcolista e dopo averne tranquillizzato la famiglia, potrà dirgli ciò che Cari Jung disse a "Mister R." e che il dott. Silkworth disse a me. Far comprendere, cioè, all'alcolizzato riluttante che egli ha contratto una malattia progressiva e spesso fatale, che non potrà stare meglio con le sue sole forze e che ha bisogno di molto aiuto. Poiché oggigiorno si sa molto delle insufficienze emotive e metaboliche dell'alcolista, il medico di famiglia può documentare la presenza di tali disturbi in maniera molto più convincente dì quanto non potesse fare in passato.

È molto gratificante sapere che oggi l'alcolismo viene trattato in molte delle nostre scuole di medicina. In ogni caso le informazioni sull'alcolismo si possono ottenere facilmente: organizzazioni come il National Council on Alcoholism, la Yale School of Alcoholics Studies (dal 1962 Rutgers School of Alcohol Studies), più innumerevoli centri clinici e di riabilitazione statali, sono fonti disponibili per un'utile conoscenza. Così sostenuti, i medici di famiglia possono "stimolare", come diciamo noi A.A., l'alcolizzato, in modo tale da fargli desiderare di saperne di più sulla nostra Associazione. Oppure, se rifiuta A.A., possono indirizzarlo a una clinica, a uno psichiatra, o a un sacerdote comprensivo. A questo stadio la cosa principale è che l'alcolista riconosca la sua malattia e che cominci a fare qualcosa al riguardo.

  Se il medico di famiglia svolge un lavoro accurato, i risultati sono spesso immediati. Se il primo tentativo fallisce, ci sono ottime possibilità che approcci continui e successivi diano esiti migliori. Queste semplici procedure non fanno perdere troppo tempo al medico né saranno troppo onerose per il portafoglio del paziente. Uno sforzo congiunto di questo genere da parte del medico di famiglia e di A.A. non potrà fallire nel raggiungere buoni risultati. Infatti gli effetti di questo tipo di lavoro sono stati già notevoli. Per questo vorrei esprimere qui i più vivi ringraziamenti di A.A. a questi medici.

Veniamo ora allo specialista, che in genere è lo psichiatra. Sono felice di poter dire che un gran numero di psichiatri inviano alcolisti ad A.A.; anche psichiatri che si specializzano nella cura dell'alcolismo. La loro comprensione nei confronti degli alcolisti è oggi grande, la pazienza e la tolleranza dimostrate sono enormi.

Nel 1949, per esempio, l'American Psychiatric Association mi invitò a leggere una relazione su A.A. durante una sessione della loro riunione annuale. Poiché questi medici si specializzano nei disturbi emotivi - e l'alcolismo è certamente uno di questi - la loro opera mi è sempre apparsa un esempio meraviglioso di vera umiltà e generosità. Anche le ristampe di quella relazione hanno avuto un'ampia risonanza a livello internazionale. Sono sicuro che noi A.A. non abbiamo ancora apprezzato appieno tutto ciò, infatti, per alcuni di noi era una moda screditare la psichiatria, oltre che l'aiuto medico di qualsiasi genere, eccetto quello appena necessario per ritornare sobri; sottolineavamo i fallimenti della psichiatria e della religione; eravamo propensi a batterci la mano sul petto e ad esclamare: "Guardateci. Noi possiamo riuscire, ma loro no!". Con grande sollievo posso affermare che questo atteggiamento sta scomparendo. Ovunque, gli A.A. si rendono conto che gli psichiatri e i medici sono stati i primi a darci il loro aiuto per far nascere la nostra associazione e che ci hanno sempre sostenuto.

Ci rendiamo pure conto che le scoperte della psichiatria e della biochimica hanno delle vaste implicazioni per noi alcolisti; in effetti queste scoperte, oggi, sono molto più che semplici implicazioni: il vostro presidente e altri pionieri, all'interno e all'esterno della vostra organizzazione, hanno raggiunto notevoli risultati per molto tempo; molti dei loro pazienti hanno infatti ottenuto buoni recuperi senza alcun aiuto da parte di A.A.. A questo proposito va notato che alcuni metodi per il recupero, utilizzati all'esterno di A.A., sono in contraddizione con i princìpi e i metodi di A.A.; ciononostante non possiamo che applaudire al fatto che alcuni di questi sforzi stanno incontrando un crescente successo.

Sappiamo anche che la psichiatria può spesso superare il grande scoglio della nevrosi, di cui molti di noi soffrono dopo che A.A, ci ha aiutati a diventare sobri. Sappiamo che gli psichiatri ci hanno inviato innumerevoli alcolisti che, altrimenti, non avrebbero mai avuto contatti con A.A.; anche molte cliniche hanno fatto lo stesso. Ci rendiamo chiaramente conto che, mettendo in comune le nostre risorse, noi possiamo fare insieme quello che non potremmo mai realizzare separatamente, oppure esercitando una critica miope o ponendoci in concorrenza.

  Vorrei perciò fare una promessa a tutta la comunità medica: A.A. sarà sempre pronta a cooperare e non invaderà mai il campo della medicina; gli A.A. daranno sempre più il loro aiuto per le grandi iniziative nel campo dell'educazione, della riabilitazione e della ricerca, nelle quali oggi si stanno facendo grandi passi avanti.

Lo spettro dell'alcolismo è così minaccioso nel suo dilagare che niente, se non l'unione di tutte le risorse della società, può sperare di sconfiggerlo. L'inafferrabilità e il potere di questa malattia vengono svelati in ogni pagina della storia dell'umanità, ma non sono mai stati così spietati e distruttivi come in questo secolo.

Quando la nostra mutua comprensione e conoscenza saranno complete, noi dì A.A. sappiamo che troveremo in prima linea i nostri amici medici, come già oggi ne troviamo tanti.

Quando un tale schieramento di forze, benefiche e collaborative entra in azione, può offrire (e sicuramente offrirà) un grande domani per la moltitudine di uomini che soffrono per l'alcolismo, per le sue buie e nocive conseguenze.